L’Italia è il secondo maggior produttore mondiale di uva, dietro alla Cina. Sono poco meno di otto milioni le tonnellate prodotte, di cui circa un milione di uva da tavola (dati Monitor Ortofrutta di Agroter su dati Faostat 2014). Un quantitativo enorme, utilizzato in parte. Sì perché se molti conoscono questo frutto per il suo impiego alimentare e per la produzione del vino, meno si sa degli scarti. A partire dalle vinacce e da tutto quello che è il sottoprodotto della lavorazione dell’uva in enologia, c’è una quantità ingente di materia di solito destinata a rifiuto. Tuttavia nella buccia sono presenti polifenoli, antiossidanti naturali, dalle molteplici virtù. Il loro impiego spazia, infatti, dal biomedicale al farmaceutico, dal nutraceutico all’alimentare fino al tessile e addirittura a un impiego nel settore delle energie rinnovabili, in quanto molecole coloranti e fotosensibili.

Tutti questi settori possono così trovare nuova… linfa dagli scarti dell’uva e da queste molecole virtuose. Solo che spesso chi punta a innovare si trova solo. Diventa quindi importante fare filiera, ed è qui che entra in gioco l’associazione Innuva.

LA RETE CHE NASCE DAGLI SCARTI – Innuva è un’iniziativa senza scopo di lucro nata con l’obiettivo di creare una rete di imprese/enti di ricerca accomunati dall’interesse nello sfruttare, appunto, queste molecole. Occorre però far conoscere le proprietà di questi preziosi composti insiti negli scarti di lavorazione dell’uva, che oggi hanno un valore praticamente nullo: nella migliore delle ipotesi trovano impiego come fertilizzanti, biomasse o per produrre distillati, altrimenti rappresentano un costo aggiuntivo per il produttore vinicolo che li deve smaltire. Innuva intende creare e diffondere una base scientifica concreta e utile allo scopo, offrendo informazioni e opportunità per creare valore e innovazione.

Attualmente sono una decina le realtà che gravitano in Innuva. Ci sono aziende specializzate nello sviluppo di biopolimeri e materiali alternativi, con una vasta esperienza in protesi vascolari (Angiologica), altre specializzate nella creazione di creme antinvecchiamento (Poliphenolia); c’è poi chi, come lo spin off accademico dell’Università di Torino (Grape – Gruppo di Ricerche avanzate per l’Enologia), ha aderito a Innuva per aiutare le aziende interessate a sviluppare nuovi prodotti a base di polifenoli, chi invece è nato come startup dedicata appunto alla valorizzazione dei sottoprodotti ad alto valore aggiunto della filiera agroalimentare (Zeroscrap).

DALLA VIGNA ALL’ECONOMIA CIRCOLARE – Tra le aziende c’è anche Nobil Bio Ricerche, che intende sviluppare un materiale granulare per la rigenerazione ossea sfruttando proprio le proprietà dei polifenoli. Proprio di recente l’R&D engineer aziendale, nonché cofondatore di Innuva, Giorgio Iviglia ha presentato il caso dell’associazione ad Agritettura, iniziativa curata dall’Ordine degli Architetti di Firenze, dove hanno trovato spazio temi legati proprio al riciclo virtuoso degli scarti provenienti dall’agroalimentare in architettura, attraverso filiere di trasformazione nella visione più ampia di economia circolare.

Scritto da: Andrea Ballocchi

Fonte: Wise Society